Padre Pietro Tiboni (1925 – 2017)
Missionario comboniano, figlio di San Daniele Comboni e discepolo del Servo di Dio Luigi Giussani
1. Le origini e la vocazione
Padre Pietro Tiboni, affettuosamente chiamato “Tibo”, nasce il 6 aprile 1925 a Tiarno di Sopra, nella valle di Ledro, una delle valli più suggestive del Trentino, terra di montagna, di lavoro e di fede. La sua infanzia si svolge in un ambiente povero ma ricco di spiritualità, segnato dalla devozione popolare e dalla vita semplice della comunità cristiana.
La vocazione nasce presto, in modo limpido e profondo. Un giorno, da adolescente, mentre riposa sotto due grandi ciliegi del podere di famiglia, con lo sguardo rivolto alla chiesa dei santi Pietro e Paolo, sente nascere in sé il desiderio di diventare sacerdote e missionario. È un’intuizione che lo accompagnerà per tutta la vita.
Sostenuto dal suo parroco, don Vigilio, entra tra i Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, l’istituto fondato da San Daniele Comboni, l’apostolo dell’Africa. Vi emette i voti temporanei il 15 agosto 1944 e i voti perpetui nel 1949. Viene ordinato sacerdote l’8 aprile 1950, scegliendo di consacrare la sua vita a Cristo sulle orme di Comboni, con un amore totale per la Chiesa e per i più dimenticati.

Seduti da destra: il papà Aristide Tiboni, Pietro Tiboni, novello sacerdote, la mamma, Caterina Bertolotti.
In piedi da destra: Vitalina Tiboni (sorella di Aristide), la sorella Severina Diomira, il fratello Paolo Miradio, la sorella Germana (poi Suor Maria Carmela), Margherita Maria Tiboni (figlia di Vitalina)
2. La missione in Africa
Dopo l’ordinazione, i superiori riconoscono in lui un’intelligenza brillante e un cuore ardente. Lo inviano a Roma per perfezionarsi negli studi di filosofia e teologia sotto la guida del filosofo Cornelio Fabro, che ne intuisce il talento e vorrebbe trattenerlo all’università. Ma Tibo non ha dubbi: “La mia Roma è in Africa! Sono un missionario comboniano e voglio dare la mia vita per la missione”.
Dopo un periodo di insegnamento a Verona e di studio in Inghilterra, nel 1957 parte finalmente per l’Africa, destinato al Sudan, dove insegna filosofia e teologia nel seminario di El Tore.
La sua presenza si distingue subito per una carità intelligente e concreta: non solo un educatore appassionato, ma un padre capace di accogliere e curare, come quando porta sulle spalle un giovane malato fino alla missione per curarlo. La sua vita è un riflesso della compassione di Cristo.
Tra i suoi studenti ci sono futuri vescovi e cardinali, segno di un’influenza spirituale profonda. Tuttavia, nel 1964, l’espulsione in massa dei missionari dal Sudan lo costringe a rientrare in Italia. Insegna nello Scolasticato di Venegono Superiore, dove accompagna con pazienza e passione le nuove vocazioni missionarie, in un tempo di crisi postconciliare.
3. L’incontro con don Giussani e Comunione e Liberazione
Nel 1970 i superiori gli chiedono di tornare in Africa, questa volta in Uganda. A Kitgum si dedica alla pastorale, fondando nella parrocchia un seminario per vocazioni adulte, il Pastoral Institute Kitgum (PIK). È in questo contesto che, nel dicembre 1970, avviene l’incontro destinato a segnare la sua vita: quello con un gruppo di laici del movimento di Comunione e Liberazione, giunti dall’Italia per lavorare come insegnanti e medici.

La loro testimonianza lo colpisce. In quei giovani Tibo vede cristiani che vivono la fede come un’esperienza totale, centrata su Cristo presente. Nel maggio 1971 incontra per la prima volta don Luigi Giussani. Di quell’incontro dirà: “Non ricordo una parola, ma l’impressione è stata quella di una presenza eccezionale.”
Non abbandona nulla del suo carisma comboniano — anzi, l’incontro con Giussani gli restituisce un’energia nuova, una luce che rinnova il suo modo di concepire la missione. Da allora, desidera conoscere sempre più a fondo il carisma di Giussani e approfondirne la portata missionaria.
Nasce così una nuova stagione del suo ministero, in cui il carisma di Comboni e quello di Giussani si intrecciano in un’unica esperienza di fede viva, di comunione e di amore per l’uomo.
4. Un cuore missionario per la Chiesa
Nel 1975 il regime di Idi Amin ordina la sua espulsione dall’Uganda. Tibo si trova a Roma per il Capitolo Generale dei Comboniani e viene eletto Assistente Generale dell’Istituto. Anche in questa nuova missione continua a essere un padre e un pastore: segue i giovani militari e universitari del movimento di CL alla Cecchignola, sostenendoli con una paternità dolce e profonda.

In alto il primo a sinistra è Franco Terlizzi, al suo fianco Claudio Omiccioli. In terza fila il secondo da destra è Giuseppe Bottelli.
Nella prima fila in basso alla estrema sinistra Rolando Squarcia, mentre Tiboni è il secondo da destra. Al centro con la rivista Litterae Communionis in bella vista vi è il colonnello Maineri.
Terminato il servizio nel Consiglio Generale, nel 1980 può tornare in Uganda, dove insegna teologia e continua la formazione dei futuri sacerdoti. Insieme ad altri missionari e amici, fonda il movimento “Cristo è Comunione e Vita”, Christ is Communion and Life (CCL) nato durante una settimana teologica a Katigondo nel 1981.
È la sintesi spirituale che segna tutta la sua maturità: Comboni e Giussani si incontrano nel cuore di un missionario che ha compreso che la comunione con Cristo genera comunione tra gli uomini e diventa missione.
5. Missione e comunione nel mondo
Negli anni Ottanta e Novanta, Padre Tiboni estende il suo raggio d’azione. Accompagna le comunità nate in Uganda e ne ispira di nuove in Kenya, Rwanda e Burundi, portando un messaggio di speranza in tempi di violenza e miseria. Ovunque passa, nasce amicizia, fraternità e fede viva.
Allo stesso tempo, mantiene forti legami con l’Italia, dove accompagna giovani, sacerdoti e religiosi legati al carisma di CL. È spesso invitato al Meeting di Rimini, dove la sua testimonianza appassionata commuove e provoca.

Per lui, la missione non è mai un progetto organizzativo, ma un incontro personale con Cristo che rinnova la vita e genera comunità. Questa visione lo rende un punto di riferimento per molti comboniani e laici missionari. Come Comboni, Tibo sogna “un’Africa rigenerata da sé stessa”, un popolo cristiano che scopre in Cristo la sua dignità e il suo destino.

6. Gli ultimi anni e l’eredità spirituale
Dai primi anni 2000 la salute si indebolisce. Chiede di vivere questa “nuova stagione della sua vita” nella sua amata Uganda: prima a Kampala, poi a Gulu, presso la comunità comboniana nell’ospedale di Lacor, accompagnato dai confratelli Elio e Carlo. Anche nella malattia, la sua presenza diventa missione: accoglie, ascolta, consola. “Non posso fingere che Cristo mi basti”, scrive a un amico, “ma chiedo che il dolore mescolato con l’amore diventi gioia per tutti.”

Si spegne serenamente il 13 giugno 2017, alle 21.30, a Lacor, “inchiodato alla croce come Gesù”, come scriverà fratel Elio Croce, suo compagno negli ultimi anni.
Viene sepolto accanto alla chiesa di Cristo Re a Kitgum, circondato da una folla di amici e fedeli. La sua vita, lunga e feconda, è una storia d’amore: con Cristo, con la Chiesa, con l’Africa. Figlio fedele di San Daniele Comboni, ha saputo accogliere nel carisma di don Luigi Giussani una nuova linfa per la missione. In lui i due carismi si sono incontrati, fondendo la passione per i lontani con la consapevolezza che ogni missione nasce da un incontro.
Oggi, Padre Pietro Tiboni continua a parlare attraverso la vita di quanti ha generato alla fede: un uomo che ha fatto dell’amore per Cristo e per l’Africa una sola, lunga storia di comunione.
