Fratel Elio Croce (1946 – 2020)
Fratello Missionario Comboniano
Le origini e la vocazione
Fratel Elio Croce nasce il 3 aprile 1946 a Moena, “la Fata delle Dolomiti”. Figlio di Felice e Lina, cresce in un ambiente di fede e operosità, dove la montagna educa alla concretezza, allo stupore e alla bellezza. Vivace, allegro e creativo, anche tenace e testardo, è un ragazzo dalle mani d’oro e dal cuore grande. “Un vero piazarol”, dicevano di lui: dispettoso e birbante, pratico, ironico e generoso.
Attratto fin da giovane dalla vita missionaria, sceglie i Missionari Comboniani del Cuore di Gesù, conquistato dall’intuizione di San Daniele Comboni: rigenerare l’Africa attraverso l’amore e la collaborazione fraterna, e soprattutto “salvare l’Africa con l’Africa”. Emette i voti nel 1966 e, dopo gli anni di formazione, parte per la sua prima missione.

I maestri e la formazione comboniana
Elio si forma alla scuola dei fratelli Antonio e Giuseppe Biasin e di Fortunato Tomasi. Da loro apprende che la missione, per un fratello, passa soprattutto attraverso il lavoro: costruire bene, con precisione e passione, è un atto di amore verso Dio. È importantissimo insegnare a chi si incontra a lavorare per la gloria di Dio. Come i suoi maestri, Elio è geniale, libero, un po’ disordinato ma pieno di cuore. Ama il lavoro manuale, la montagna, la compagnia e la musica. La sua fede si traduce in gesti concreti, in un sorriso contagioso e in una gioia disarmante.

Kitgum: la chiamata e la rinascita interiore
Nel 1971 parte per l’Uganda, destinato a Kitgum, nel nord del Paese. Qui lavora come tecnico e costruttore nell’Ospedale St. Joseph’s. Realizza reparti, pozzi, officine, e promuove un oleificio comunitario per la spremitura dei semi di girasole, che assicura reddito a molte famiglie. Nel pieno dell’attività, però, attraversa un tempo di aridità spirituale: “Mi sentivo svuotare,” scriverà. “L’uomo non ha solo fame di pane, ma anche di Cristo.”
La ripresa arriva attraverso due religiose comboniane, suor Claudia Piffer e suor Luisa Carboni, che lo introducono al movimento del Rinnovamento nello Spirito Santo. Da loro riceve una preghiera semplice e potente che gli cambia la vita. Da quel momento la sua missione diventa sempre più centrata in Cristo.
L’incontro con Giussani e “quelli” dell’82
Nel 1982, rientrato per un periodo in Italia, Elio incontra a Moena alcuni giovani di Comunione e Liberazione che si riuniscono per pregare ogni sera nella chiesa di San Volfango. In loro riconosce la stessa passione per Cristo che aveva ritrovato nel Rinnovamento: una fede vissuta nella comunione e nella gioia. Nella stessa estate incontra don Luigi Giussani, e questo incontro segna una svolta decisiva nella sua vita.
Il carisma di Giussani — il desiderio di un incontro vivo con Cristo nella realtà — gli appare come la continuazione naturale del carisma comboniano di Comboni. Come Padre Pietro Tiboni, Elio scopre che non si tratta di “un’altra strada”, ma di una rinnovata energia per la stessa missione. Da allora il suo modo di vivere la vita comunitaria, il lavoro e la preghiera si trasforma: ogni costruzione, ogni amicizia, ogni gesto quotidiano diventa luogo di comunione.
Nasce in quegli anni una fraternità profonda con Vito e Anna, con Padre Tiboni, e con tanti amici italiani e ugandesi. Questo legame porterà vita e speranza anche nei momenti più duri della sua avventura africana.
Gulu: fede nelle prove
Nel 1985 Elio viene trasferito da Kitgum a Gulu, presso l’Ospedale St. Mary’s Lacor, fondato dai coniugi Piero e Lucille Corti. Anni di dittature, guerre e povertà sconvolgono l’Uganda. Ma Elio resta, sempre. Durante la guerra civile e le incursioni dei ribelli, l’ospedale diventa rifugio per migliaia di persone. Durante l’epidemia di Ebola del 2000, Elio continua a servire, riparare, seppellire i morti, portando sulle spalle il dolore del popolo come un fratello. Con Piero e Lucille Corti e Matthew Lukwiya nasce una profonda e operativa amicizia: sembrano i “quattro moschettieri di Lacor”. La sua fede diventa testimonianza eroica: “Dio mi ha dato tutto — diceva — per poterlo restituire nel servizio.” L’officina dell’ospedale da lui diretta diventa scuola di mestieri e vita.
La casa della consolazione: St. Jude Children’s Home
Per la morte improvvisa della fondatrice, Bernardetta Akwero, “eredita” l’orfanatrofio St. Jude nato per accogliere bambini abbandonati e disabili: “il St. Jude” diventa il suo luogo di pace e ristoro. Li chiama “i miei figli” e vi si dedica con tenerezza e fermezza. Per lui la carità è concretezza: un pasto, una carezza, un tetto, un sorriso. Il St. Jude è ancora oggi un segno della sua carità e di una fede incarnata.

L’ultima opera: la chiesa di San Daniele Comboni
La sua ultima grande opera è la costruzione della chiesa di San Daniele Comboni accanto all’ospedale di Lacor. “Vogliamo che Cristo sia la pietra angolare delle nostre famiglie,” scriveva. “Senza di Lui, tutto crolla.” La chiesa diventa il simbolo della rinascita di un popolo ferito.
Il compimento e l’eredità
Nel novembre 2020, durante la pandemia, Elio contrae una grave polmonite da Covid-19. Trasferito a Kampala, viene curato da due infermiere che anni prima aveva aiutato a studiare: “Ora tocca a noi restituire.”
Le sue ultime parole: “Abbandonato alla Sua santa volontà. Totus tuus.”
Muore l’11 novembre 2020, festa di San Martino, e viene sepolto a Lacor, davanti alla statua della Madonna di Lourdes e accanto alle grandi personalità che hanno fondato e fatto crescere l’ospedale: Piero e Lucille, Matthew e i compagni della lotta contro Ebola, Emmanuel Rho.
Oggi, la sua memoria vive nei progetti del Lacor, nell’orfanatrofio St. Jude, e nell’amicizia che lega Italia e Uganda. Fratel Elio Croce ha costruito muri, case e chiese, ma soprattutto ha edificato persone. Come Comboni e come Giussani, ha creduto che solo l’incontro con Cristo può rigenerare le persone e così il mondo.Nel giorno del suo funerale, il 16 novembre 2020, l’arcivescovo John Baptist Odama delineò la sua eroicità e la sua eredità: “Per noi dell’arcidiocesi di Gulu, fratel Elio è un eroe. La sua eredità di dedizione al dovere, di carità verso i poveri, i malati e i più svantaggiati nella nostra comunità, rimarrà sempre fonte di ispirazione e ammirazione. Per questo fratel Elio Croce merita di essere ricordato da noi come martire della carità dei nostri tempi, nella nostra chiesa di Gulu.”
La Chiesa dedicata a San Daniele Comboni
Dall’ampio piazzale in terra battuta s’innalza la facciata a salienti (a due tetti spioventi), scandita da quattro contrafforti in forma di due pilastri ciascuno la cui sommità si raccorda a capanna creando un vuoto, essendo più alti delle falde del tetto, all’interno del quale nel primo a destra, alloggia la campana di richiamo per i fedeli di tutto il quartiere.
Subito si intuisce che la suddivisione interna dell’edificio è data da una navata centrale e due navatelle laterali.
Le porte di accesso frontali a ognuna delle navate, così come quelle laterali sui fianchi della Chiesa, hanno un atrio coperto (protiro) sostenuto da colonnine.
Tutta la parte centrale della facciata parla della dedicazione della Chiesa a San Daniele Comboni: l’intestazione sul frontone a base arcuata del protiro con l’anno di consacrazione,
la statua che lo rappresenta con i bambini ai quali ha dedicato la sua vita,
la scritta sul piedistallo con il suo motto AFRICA OR DEATH (o Nigrizia o morte) e
alzando di più lo sguardo, il rosone con la scritta CHRIST YESTERDAY TODAY FOREVER.
Sempre in facciata, sopra le porte di accesso alle navatelle, due bifore con raffigurati quattro santi e missionari.( Santa Margherita Maria Alacoque, Santa Teresa di Calcutta, San Francesco Saverio)
La lunetta sopra il portale centrale raffigura Gesù Misericordioso e introduce così significativamente alla chiesa. La porta della Misericordia si apre.

L’interno accoglie da subito con un caleidoscopio di luci e immagini.
Su entrambi i lati, alzando lo sguardo, si vede la luce naturale introdursi da colorate feritoie rettangolari, sia nella navata centrale che in quelle laterali, per poi occhieggiare dalle trifore vetrate sui lati esterni delle navatelle e, nell’abside, è come una luminosità a pioggia rarefatta.
Antistante l’abside, l’arco trionfale con l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria.
L’arcangelo srotola la pergamena con l’incipit del saluto alla Vergine, Ave Maria! e la Vergine accoglie l’annuncio dell’intervento divino, rappresentato dal raggio che parte dalla mano che si vede filtrare dai cieli aperti. È il SI’ che dà compimento alla profezia di Isaia (11, 1-4), come richiamato dal tronco accanto a Maria da cui spunta un germoglio.
E ora abbassando lo sguardo e allargando la visuale a partire dall’Annunciazione, si comincia a cogliere il frutto di quel Sì, ai lati dell’arco San Daniele Comboni con Santa Giuseppina Bakhita, la Beata Maria Clementina Anuarite Nengapeta, con il Beato Isidoro Bakanja. Poi in rappresentanza dei martiri ugandesi a Namugongo, i dipinti di Charles Lwanga con il piccolo Kizito, sopra i quali ecco i due martiri di Paimol, i Beati Jildo Irwa e Daudi Okelo. Nei medaglioni , sopra le colonne che ritmano il passo verso il presbiterio, i religiosi e le religiose che hanno dato e consacrato la vita per Cristo e la missione: a destra i missionari comboniani, a sinistra la successione dei vescovi della diocesi di Gulu.

Avvicinandosi al presbiterio si coglie, anche nei particolari, ciò che le immagini descrivono secondo la tradizione bizantina dell’acclamazione: “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
Nell’ordine inferiore, frontalmente, il dipinto murale nel quale è colto il momento dell’ultima cena di Gesù con i dodici Apostoli così come narrato nei Vangeli.
Subito sopra, al centro, la scultura di Gesù crocefisso con i segni della sofferenza, il capo reclinato, gli occhi chiusi, il corpo contratto dal dolore e accanto, dipinti, due angeli che raccolgono in coppe il Suo preziosissimo sangue che sgorga dalle ferite e raggruppati a terra gli strumenti della passione; a sinistra, la discesa agli inferi di Gesù Risorto, dove ai suoi piedi si spalanca il regno delle tenebre dove il diavolo incatenava prigionieri i due progenitori Adamo ed Eva e i giusti. Con la Sua Croce vittoriosa rompe le catene, ne esce afferrandoli e liberandoli, traendoli a sé; a destra, gli angeli che annunciano la seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi. L’attesa è simboleggiata dall’etimasia (il trono vuoto) con l’Agnello dell’Apocalisse, figura di Cristo morto e risorto, l’unico degno di aprire i sigilli del libro del Giudizio Universale.
Nell’ordine superiore centralmente, nella mandorla segno della sua divinità, campeggia Cristo Pantocratore in trono, con i simboli dei quattro evangelisti. A sinistra in alto l’angelo simbolo di San Matteo, il leone di San Marco, a destra sopra l’aquila simbolo di San Giovanni e il toro di San Luca.
Alla destra di Cristo Sua Madre, la Theotòkos, e l’arcangelo Michele, alla destra Giovanni Battista e l’arcangelo Gabriele: tutti sono rivolti in atteggiamento di supplica e intercessione, quella che nella tradizione bizantina viene chiamata Deesis.
È questa la posizione degli uomini e delle donne che entrano in questa Chiesa attraversando la porta della Misericordia con la consapevolezza che solo Lui tutto può.
“Con le nostre mani, ma con la Sua forza”
Maria Teresa Battilana
